In questo tempo

Nel mese di ottobre, insieme al nostro fratello missionario p. Luca Vitali, abbiamo gustato due incontri sul tema dell’amicizia, che vi riproponiamo qui di seguito:

FRATELLI TUTTI SULLA FRATERNITÀ E AMICIZIA SOCIALE

LE RADICI FRANCESCANE

postfazione di p. Pietro Maranesi ofmcap

Assumendo il titolo dell’enciclica “Fratelli tutti” (omnes fratres) dalla VI Ammonizione di Francesco (dove si legge così: «Guardiamo con attenzione fratelli tuti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce»), il papa ha voluto ricollegarsi ad uno degli aspetti fondamentali della vita evangelica del santo di Assisi, cioè al suo spirito di fraternità universale.

È possibile dunque ritenere che partendo da Francesco di Assisi e dal suo modo di intendere e vivere la fraternità possiamo individuare delle importanti chiavi di accesso ad alcune logiche ideali che muovono e animano il testo di papa Francesco. Senza pretendere una lettura sistematica del documento pontificio, tenteremo allora di ripercorrerne il testo, proponendone qualche sottolineatura tematica attraverso gli scritti di frate Francesco.

Il primo aspetto da rilevare è la “passione universalistica” che muoveva il Santo di Assisi, uno spirito presente anche in tutto il documento del papa. Emblematica è la lettera inviata dal Poverello «a tutti gli uomini e le donne che abitano il mondo intero» (2LetFed 1), ai quali rivolge una fondamentale esortazione: «fare frutti degni di penitenza» (2LetFed 25). La parola è da intendere in senso biblico: cambiare la prospettiva di pensiero su se stessi e sugli altri. E ciò mediante una doppia operazione: prendere atto delle proprie scelte negative che conducono alla morte (LetFed 63-85), per sostituirle con scelte animate dalla buona notizia della paternità di Dio, facendola diventare misericordia per gli altri e pace con tutti (LetFed 16-61). Alla base dello sguardo di Francesco sul mondo vi era dunque una passione che desiderava abbracciare ogni uomo per offrirgli una parola “di conversione”.

Il papa con il suo testo vuole fare altrettanto. La prospettiva di fondo è precisa: proporre «una riflessione che si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà» (n. 6, n. 45) offrendo a tutti «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale» (n. 6). Ciò è possibile però solo attraverso un atto di “penitenza collettiva” (espressione non usata esplicitamente dal papa), con la quale prendere coscienza dei pericoli che l’intera umanità sta correndo a causa delle scelte sociali ed economiche spesso guidate dall’egoismo dei più forti e dall’indifferenza nei confronti dei più svantaggiati, creando così i presupposti per la violenza e lo scontro. Il primo capitolo dell’enciclica, Le ombre di un mondo chiuso, costituisce dunque una forte e chiara denuncia sui peccati della nostra società.A questa società, che lascia ai margini della strada, bastonati dalla povertà e dall’ingiustizia, tanti uomini e donne senza speranza di una vita migliore, il papa propone nel capitolo successivo, dal titolo emblematico Un estraneo sulla strada, il modello di riferimento del buon samaritano. Da questa figura egli assume i criteri “umani” con i quali “convertire” l’indifferenza verso i poveri e ridestare una coscienza fraterna tra gli uomini. I sei capitoli che seguono possono essere letti come proposte concrete di “frutti di penitenza”, cioè “di conversione” con le quali realizzare oggi il contenuto evangelico sollecitato da Gesù nella parabola del samaritano.

Il secondo aspetto che si può assumere da frate Francesco per leggere il documento riguarda i caratteri umani che dovrebbero contraddistinguere l’uomo di buona volontà, animato dalla passione per la “penitenza-conversione verso la fraternità universale”. A questo proposito abbiamo un testo bellissimo, nel quale il Santo ricorda ai frati gli atteggiamenti che dovrebbero contraddistinguere il loro modo di incontrare gli altri: «Consiglio, poi, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che quando vanno per il mondo non litighino ed evitino le dispute di parole e non giudichino gli altri, ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili» (Rb III 10-11). Anche per frate Francesco tutti coloro che vogliono Pensare e generare un mondo aperto (cap. III), dovranno avere necessariamente Un cuore aperto al mondo intero (cap. IV), un cuore che, da una parte, dovrà essere libero dalla rivalità e dalla contesa e dall’altra ripieno di quelle doti umane caratterizzate da un atteggiamento che le riassume tutte: la “gentilezza”. Se in frate Francesco il termine è implicitamente connesso alla mitezza, alla modestia, alla mansuetudine e all’umiltà a cui egli esorta i frati, esso invece è strategico nella proposta del papa; senza la “gentilezza” infatti per il papa non vi può essere Il dialogo e l’amicizia sociale (Cap IV). Non è dunque un caso che in questo capitolo egli dedichi al tema “recuperare la gentilezza” ben tre numeri (222-224), dove tra l’altro si legge: «La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti» (224).

La “gentilezza”, quale spirito di dialogo e di rispetto verso tutti, da sola tuttavia non basta. Essa deve produrre scelte concrete ed efficaci di fraternità e di amicizia. Anche in questo caso, lasciamoci guidare da frate Francesco nell’introdurci in alcuni temi operativi trattati dal papa.

La scelta fraterna e di amicizia effettuata all’inizio dal Santo come modo nuovo di essere nel mondo, è raccontata con molta precisone da lui stesso nel suo Testamento. “Quando era ancora nei peccati”, cioè legato alla logica del dominio e potere sugli altri, “venne condotto dalla mano di Dio” tra gli ultimi della sua società, quelli che vivevano fuori della città perché pericolosi: i lebbrosi. E lì, condividendo la loro sorte, egli “iniziò a fare penitenza” (Test. 1), cioè iniziò a cambiare i criteri di vita: dall’indifferenza o dal disprezzo nei loro confronti passò alla logica della “misericordia” (Test. 2). Il termine è da lui impiegato per sintetizzare quanto operato tra i lebbrosi: essa non fu tanto “compassione” o “commiserazione”, ma realizzò una forma di inclusione sociale. Il servizio di Francesco ai lebbrosi veniva così ad assumere una implicita valenza “politica”: restituire ad essi dignità e richiamare moralmente Assisi alle sue responsabilità verso questi emarginati.

L’esperienza vissuta dal Santo con i lebbrosi (evento purtroppo non citato dal papa), ci introduce nel cuore dell’enciclica; infatti costruire un mondo fraterno, in cui gli ultimi vengano reinseriti nel tessuto sociale, significa per il pontefice progettare una società che utilizzi anche criteri politici di “carità”, criteri che superino e completino quelli puramente ed esclusivamente economici. Solo così si potrà affrontare e gestire ad esempio la grave crisi migratoria, caratterizzata da enormi e incontenibili flussi di poveri che bussano alle porte delle nostre città, sperando di trovare in esse condizioni di vita più dignitose e umane di quelle lasciate nelle loro terre. Ricordiamo qui solo un testo tra i tantissimi dell’importante e centrale capitolo V intitolato La migliore politica: “Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società. Tale sguardo è il nucleo dell’autentico spirito della politica” (187).

La “carità politica” chiede però anche intelligenza di scelte, capaci di favorire la pace fondandola sulla giustizia. A tal proposito, vi è un episodio nella vicenda di frate Francesco che può essere letto come base ideale delle strategie politiche proposte dal papa. Si tratta del racconto parabolico del lupo di Gubbio, dove Francesco stesso si fa promotore di pace tra la città e il lupo. Potremmo affermare che il Santo realizzò in anticipo ciò a cui il papa esorta ogni uomo di buona volontà che creda alla pace e lavori per l’inclusione: “Quello che conta è avviare processi di incontro, processi che possano costruire un popolo capace di raccogliere le differenze. Armiamo i nostri figli con le armi del dialogo! Insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro!” (217). Solo dal dialogo infatti possono essere avviate “strategie politiche” capaci di promuovere tra le parti scelte di giustizia e dunque di rispetto: “tu frate lupo smetti di vivere di violenza e voi eugubini assicurategli una vita dignitosa con l’impegno a ‘nutricarlo’ ogni giorno”.

Si potrebbe dunque assumere il racconto del lupo di Gubbio dei Fioretti come chiave per leggere gli stimoli politici offerti da Bergoglio nel capitolo VII: Percorsi di un nuovo incontro. I temi trattati dal papa in quel contesto sono di fatto quelli realizzati da frate Francesco a Gubbio: “porre al centro la verità” (nn. 226-227) e diventare un “artigiano della pace” (228-232) che si schiera “soprattutto con gli ultimi” (233-235) e riesce a far trionfare tra tutti “il valore e il significato del perdono” (236-245). Anche l’ultimo paragrafo del capitolo si lega bene al testo parabolico dei Fioretti: il rifiuto radicale e definitivo della “pena di morte” (263-270), scelta che vale anche nei confronti di un lupo feroce. Bellissima ed efficace la conclusione offerta dal papa nel motivare questa scelta di civiltà: «essa mostra fino a che punto è possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo» (269).

L’ultimo aspetto dell’enciclica che vogliamo sottolineare, partendo dagli stimoli che vengono dalla storia di Francesco, riguarda il dialogo interreligioso. Anche il papa ha sentito il bisogno di citare il famoso e importante passaggio presente nella prima Regola di Francesco, nel quale il Santo aveva stabilito un metodo assolutamente innovativo nell’incontro con il mondo islamico: «I frati poi che vanno tra gli infedeli non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Rnb XVI 6). Con i “fratelli mussulmani” i frati dovevano avere le stesse strategie impiegate con i “fratelli cristiani”. L’apprezzamento espresso dal papa nei confronti del testo di frate Francesco è emblematico nel chiarire la sua visione: «Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede» (n. 4).

Nell’atteggiamento del Santo di Assisi il pontefice trova dunque una conferma decisiva alla sua adesione al valore irrinunciabile del dialogo interreligioso. Nell’enciclica spesso è richiamato l’incontro avvenuto ad Abu Dhabi nel 2019 con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, evento riconosciuto dal pontefice addirittura come ispiratore del suo testo magisteriale (n. 5). Non poteva dunque mancare di dedicare l’ultimo capitolo alla grave questione della diversità religiosa: Le religioni al servizio della fraternità nel mondo (cap VIII). Anche stimolato dal rifiuto di frate Francesco di ogni forma di violenza e rivalità nei confronti dell’“infedele”, il papa non si sottrae alla critica più grave mossa dal mondo contemporaneo alle religioni: “religione e violenza” (nn. 281-284). Le diverse fedi religiose sono strumenti di pace o di violenza? Per il papa la risposta è sicura: il clima di intolleranza «è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza» (283). E allora, oggi più che mai, resta assolutamente valido quanto era stato sottoscritto nel documento di Abu Dhabi: “In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede, in nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra, in nome di Dio dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio” (Appello finale  nell’enciclica).

Un’ultima notazione riguardo ai due numeri finali del testo, dove Bergoglio vuole ricordare i nomi di coloro che hanno ispirato le sue riflessioni sulla fraternità universale: oltre a ribadire in primo luogo il nome di San Francesco d’Assisi, sono aggiunti anche quelli di Martin Luther King, Desmond Tutu e Gandhi; l’ultima citazione ha per il papa un valore speciale: il Beato Charles de Foucauld (n. 286), il quale, desiderando di essere fratello universale, realizzò questo programma «solo identificandosi con gli ultimi» (n. 287).

Insomma, nel testo di papa Francesco si riascolta quella musica che anche frate Francesco aveva sentito risuonare nel Vangelo: Dio è Padre di tutti e ama ogni uomo con la stessa gratuità e generosità con cui il sole illumina e la pioggia irriga dando vita alla vita. Solo questa melodia dona il coraggio di credere alla fraternità universale, a quell’ultima e definitiva sinfonia in cui l’amore di Lui sarà tutto in tutti. Con il suo testo in papa ricorda a tutti noi una verità fondamentale: «se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna» (n. 277).

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